Appunti per una riscossa civica - di Luciano Corradini

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francomileto
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Appunti per una riscossa civica - di Luciano Corradini

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Appunti per una riscossa civica. Rilettura di un libro di De Bortoli in tempo di coronavirus

Ci salveremo. Questo è il titolo di un libro di Ferruccio De Bortoli , uscito pochi giorni prima di domenica 26 maggio 2019, giorno in cui abbiamo votato per il rinnovo del Parlamento Europeo. Alcuni commentatori hanno detto che occorrerebbe mettere un punto interrogativo a questo titolo, che pare troppo ottimistico. E’ vero che nessuno allora poteva mettere in conto, per usare il linguaggio della virologa Ilaria Capua, lo “sciame virale” che da un paio di mesi “attraversa la popolazione della Terra” e che potrebbe essere il “Cigno nero che scuoterà violentemente il sistema”, dato l’impatto sanitario, culturale, sociale, psicologico, economico e politico che sta avendo sulla nostra vita. Tanto meno si aveva l’esperienza delle drastiche misure di contenimento del virus adottate per l’intero Paese dal Governo, con DPCM 8 marzo, e successivo sciame di decreti emergenziali, dal titolo “iorestoacasa”, tanto che Papa Francesco ha iniziato a recitare l’angelus domenicale “ingabbiato” nella biblioteca vaticana, per evitare l’assembramento dei fedeli in Piazza San Pietro. In ogni caso il prestigioso giornalista non è mai stato un cultore della famosa “Legge di Murphy”, che suona così: “Se qualcosa può andar male, lo farà”. Lo ha confermato nel recentissimo libro del gennaio scorso, scritto come “conversazione patriottica sull’Italia”, con Salvatore Rossi .
Io mi sono chiesto però, prima di schierarmi fra gli ottimisti e i pessimisti, qual è il soggetto di questo verbo “ci salveremo”. E da quali sventure, da quali ingiustizie, da quali sofferenze non necessarie ci salveremo, mentre ospedali e cimiteri non reggono il ritmo dei contagiati e dei defunti. Noi chi? Noi italiani, noi europei, noi occidentali, noi bianchi, noi cristiani, noi esseri umani, noi esseri viventi sul Pianeta? Si potrebbe continuare, selezionando coloro che ci interessano più da vicino. Certo non potremo salvarci da “sora nostra morte corporale, da la quale nullo homo vivente può scapare”, per dirla col Cantico di San Francesco.
Il pronome noi è il plurale di io, ed è la parola più esclusiva (in quanto la usiamo per distinguerci e a volte per contrapporci agli “altri”), ma anche la più inclusiva (degli stessi “altri”, che in fondo, in quanto esseri umani, sono come noi). E’ un pronome personale, maschile e femminile, che si estende da me a tutti/e coloro che io prendo in considerazione col pensiero, con l’affettività, in relazione all’orizzonte che scelgo parlando e scrivendo. Nelle prime pagine del libro di De Bortoli troviamo questa dedica: “Ai tanti che ogni giorno fanno qualcosa per gli altri. Il loro esempio è il nostro futuro”. La prima cerchia del noi è qui identificata non da un numero, ma da un indeterminato tanti, tutti coloro che ci indicano la strada per rendere possibile un futuro comune. Il “nostro” futuro dipende dalla capacità di trarre ispirazione da coloro che sanno fare qualcosa per gli altri.
Questa seconda cerchia del noi si estende tanto quanto si estendono la nostra cultura, la nostra sensibilità, la nostra responsabilità e la nostra capacità d’iniziativa e di servizio, sull’esempio di coloro che già “fanno”. Fare per gli altri è una condizione per salvare anche noi stessi, dato che siamo in qualche modo interdipendenti, legati a un comune destino. Gli altri sono qui intesi non come estranei da cui difenderci o di cui servirci, ma come soggetti per i quali impegnarci, cercando di convincerli a nostra volta, col nostro esempio, a partecipare alla comune salvezza, laicamente intesa come bene comune. Anche qui aggiungo la domanda: “comune a chi”? Si tratta dei pochi o molti cui possiamo dedicare la nostra generosa intenzione e la nostra più o meno efficace azione: si va dall’hic et nunc all’ubique et semper.
Al perentorio titolo Ci salveremo, De Bortoli aggiunge realisticamente, nel risvolto di copertina, un punto interrogativo, che fa del futuro un condizionale, cioè una possibilità che dipende in gran parte da noi, cittadini italiani, titolari di diritti e doveri costituzionali. Lo chiarisce il sottotitolo, Appunti per una riscossa civica. Dedica il capitolo 8 (pp.99-109), intitolato “basta poco per essere cittadini migliori”, all’educazione civica, ritenendo che, anche attraverso la scuola, si debba “ri-scuotere” chi non si sente abbastanza scosso e chiamato in causa dagli eventi drammatici e inquietanti del passato e del presente, e dagli esempi e dalle opportunità di cui disponiamo.
Su questo tema De Bortoli ha utilizzato in diverse pagine le ragioni e le esperienze presentate in un mi recente libro . Ne riporto qualche passaggio, con gratitudine, tanto più che mi ha mandato una copia del suo libro con dedica. «Gli autori - scrive - si propongono di “affrontare la desertificazione fisica, intellettuale e morale in corso”. E citano uno scritto assai significativo di Gesualdo Nosengo, La persona umana e l’educazione (La Scuola, 2006), secondo il quale “le civiltà, come l’amore sono interiori all’uomo. Se una generazione scomparisse, trascurando di suscitare questa ricchezza interiore nella generazione successiva, questa, pur trovandosi a vivere con istituzioni politiche ottime, consuetudini morali buone, monumenti delle arti, delle lettere e della religione, ritrovati del progresso scientifico, non ne comprenderebbe il valore”. Trovo le parole di questo grande umanista cattolico di estrema attualità. Andrebbero lette e rilette.» (p.103)
«All’inizio - continua la citazione che egli fa del nostro libro - Educazione civica venne accorpata a Storia. La materia si chiamava Storia e Educazione civica. Due ore mensili, diciotto all’anno, voto unico. E finì, di conseguenza, per diventare marginale, occasionale. ”Tanto da assumere, disse lo stesso Corradini in un intervento in occasione del cinquantenario della riforma Moro, quasi il carattere di appendice facoltativa, ininfluente sul profitto degli studenti. La ricerca di un “adeguato posto all’insegnamento dell’Educazione civica, come invocarono i padri costituenti, si rivelò dunque vana. Non aveva alcun prestigio”.»
La ricostruzione continua, col riferimento alle conquiste e agli arretramenti, fino lavoro del Consiglio Nazionale della PI e delle Commissioni Lombardi degli anni‘90, alle omissioni della sinistra e in particolare del Governo Renzi, che non nomina mai la Costituzione nella riforma della “buona scuola”. Si sofferma sulla riforma Gelmini, che pure ha avuto il merito di mettere in una legge la materia Cittadinanza e Costituzione, lasciando però all’autonomia scolastica il compito di decidere come attuarla. «Gli esempi significativi e lodevoli – nota De Bortoli – sono stati comunque numerosi. Segno di una sensibilità comunque diffusa, testimonianza dell’esistenza di un terreno fertile, ricco di attese che non dovrebbero andare deluse.»
Luciano Corradini

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